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Ma davvero siamo quello che mangiamo?

arcimboldo

Ma davvero siamo quello che mangiamo?

Siamo quello che mangiamo, ma anche come mangiamo quello che mangiamo, perchè mangiamo quello che mangiamo e probabilmente altro ancora.

In quanto esseri  viventi  siamo fatti di proteine, grassi, sali minerali, acqua, e altre sostanze chimiche, abbiamo bisogno quindi continuamente di queste sostanze e abbiamo bisogno anche dell’energia per usare e trasformare questi elementi e per li lavoro quotidiano del vivere.

Abbiamo bisogno di apportare le sostanze nutritive con un certo equilibrio, magari quotidiano, ma è anche vero che apporti squilibrati per qualche tempo non apportano grandi danni. Sicuramente quando la nostra alimentazione è per molto tempo sbilanciata l’organismo subisce effetti secondari più o meno a breve o lungo termine. Ma è anche vero che nel momento in cui viene ristabilita una adeguata alimentazione l’organismo recupera rapidamente, non è sempre così per le situazioni dove sono coinvolti aspetti psichici ed emotivi.  Penso alle persone con Disturbi del comportamento alimentare che hanno recuperato il loro peso e un buon stato fisico ma non sempre anche  il benessere psicofisico in senso più ampio.

Quello che mi chiedo è perchè ad ogni angolo, ogni persona che incontro, in ogni nuovo post di fb o altri network l’alimentazione, la dieta, il cibo hanno sempre più spazio e sono sempre più frequenti. Come se fosse di “mondiale importanza”  e di “priorità assoluta” “perdere peso” o “mangiare sano” . Eppure  una fetta di popolazione ancora sta soffrendo la fame.

 

Accanto alla vitale importanza dell’alimentazione sana mi sembra che in modo direttamente proporzionale aumenti l’attenzione alle forme del corpo, e allora bambine di 6 anni controllano il loro peso sulla bilancia, complici mamme che insegnano quanto sia importante “mangiare sano”, “non abusare..” e mi chiedo abusare di cosa? e modelle scheletriche che passeggiano portando abiti che difficilmente le donne indosseranno e difficilmente cadranno in quel modo.

Sembra che le fattezze del proprio corpo, l’aspetto giovanile a  tutte le età per le donne come per gli uomini, siano diventati una completa responsabilità personale, dimenticando la fisiologia, l’ereditarietà e amenità simili.  E contemporaneamente aumenta in modo inesorabile la distanza tra i bisogni del corpo e la capacità di soddisfarli che dovrebbe essere spontanea e naturale, come lo è per gli altri bisogni primari.

Veniamo al mondo e dopo aver respirato il primo “boccone di aria” in modo autonomo dal corpo materno, ingoiamo qualcosa o almeno mettiamo o ci viene messo in bocca qualcosa, un dito, acqua e zucchero, il capezzolo materno e poi il cibo, latte materno o artificiale che sia e iniziamo così attraverso il “cibo” la conoscenza del diverso da noi stessi e da li non ci staccheremo mai.

Non voglio riprendere o fare il verso a studiosi, filosofi, scienziati, medici, psichiatri e personalità ben più importanti di me, forse è davvero una banalità o la scoperta  dell’acqua calda…ma ho bisogno di mettere ordine.

Dunque, se il corpo ha bisogno di proteine carboidrati grassi, vitamine e sali minerali e acqua che mescolandosi, trasformandosi, costruiscono, mantengono e danno energia e se quello del cibo è un bisogno primario fisiologico perchè alcune persone non riescono più a soddisfare in modo adeguato questo bisogno? E’ come se non fossimo più capaci di riposarci e fermarci quando si è stanchi, (cosa che per altro spesso accade) o coprirci a seconda della temperatura esterna, o svuotare l’intestino o la vescica quando sono pieni.

E’ vero che in realtà spesso per mille e un motivo riusciamo a posticipare la soddisfazione del bisogno fino a quando la situazione o la condizione non lo consente.Ma questo posticipare, è qualcosa di diverso dal rispondere al bisogno in un modo completamente inadeguato.

Quando mi chiedo se ho fame o no e mi chiedo quanto pane o qualsiasi altro alimento posso mangiare, o addirittura mi chiedo se posso o non posso mangiarlo, è come se mi chiedessi se ho freddo o no e se devo indossare una maglia di lana o una camicia leggera o se posso indossare quel tipo di abito. Oppure è come se mi chiedessi quanto sonno ho, per quante ore posso dormire o se posso o no dormire, se è vero o no il sonno che sento? Ha un suono strano, un po ridicolo se lo penso riferito agli altri bisogni. Eppure a volte sembra normale quando parliamo del cibo.

Ho bisogno di qualcuno “al di fuori di me” perchè non mi fido più di me, non conosco più o non riconosco più le informazione che il corpo mi sta dando.

Mi ha sempre stupito, lavorando con persone con problemi di Disturbi del comportamento alimentare, la facilità se non addirittura la spontaneità con le quali affermano: “non riconosco più, non so più quando ho fame o no”. E so anche che in molte situazioni è vero, la fame non si sente più o meglio i sintomi della fame non vengono più percepiti e tradotti in modo adeguato, che è un pò più complesso del “non ho fame”.

Qui vorrei aprire un altro argomento relativo al modo di comunicare: dire “ho fame o non ho ho fame” non ha lo stesso significato di dire “sento o non sento la fame”, ma al momento mi fermo.

Mi sono convinta che  è impossibile non sentire la fame, come è impossibile non sentire la stanchezza o il freddo, o la cacca che scappa.

E’ possibile invece sentire la fame ma avere tanti di quei pensieri, convinzioni, credenze, intrecci di pensieri e emozioni che non sappiamo più cosa e come rispondere a quello che sentiamo, sia arrivando a situazioni estreme di disagio psicofisico, sia rimanendo in una situazione meno problematica ma che comunque ci fa venire il dubbio se quello che facciamo va bene o no, e sempre per unico motivo… perdere peso o non ingrassare!

Ho incontrato diverse persone, in diversi Paesi , in diverse situazioni, di età, cultura diverse, eppure quando sanno che tipo di lavoro faccio ineluttabilmente arrivano le domande:

-ma cosa si deve mangiare  per dimagrire?

-ma è vero che la verdura va mangiata prima dei pasti?

-e la frutta dopo?

– e dopo le 5 di sera?

-ma la dieta pincopallo funziona ?

-come faccio a perdere la pancia? “sia più distratta” vorrei rispondere “magari la dimentica da qualche parte….”

Ma la parte interessante è quando arrivano le risposte e i consigli: “basta che non mangi i carboidrati o il pane o la pasta” o la più bella “se hai fame bevi acqua…”  “vai a correre..” “io ho seguito la dieta pincopallo e ho preso 10 kg, quella si che funzionava!” “Funzionava? “ “Si perchè poi non ho più seguito e ho ripreso 15 kg, sai il tempo, non riuscivo!”. “Il tempo?”

Come se ci fosse il bisogno di una risposta  unica e definitiva.. sempre, anche da chi palesemente non ha peso da perdere.

A volte mi sembra che il desiderio profondo è quello di togliersi il “bisogno di mangiare”, forse perchè è uno dei pochi bisogni che in qualche modo ha a che fare con la responsabilità di prendersi cura di se, di crescere. O forse è un sottile desiderio che qualcuno ci nutra, stabilendo per noi cosa e quanto, come quando la mamma ci allattava o ci dava il biberon, infondo alla fine decideva lei cosa e quanto e spesso anche come. Non è un caso che il  professionista che va alla grande, quello bravo è quello che da tabelle con un elenco di alimenti giusti e sbagliati con grammature precise e che ci sgrida quando non ci atteniamo. Come il medico che ci prescrive sempre e comunque delle medicine o almeno qualche esame da fare.

Di solito prima di passare ad un altro argomento, finite le domande e le risposte dei singoli intenditori del momento (pochi altri argomenti hanno così tanto intenditori…) si passa alla “demonizzazione” ecco allora qualche battuta sul piatto particolarmente succulento del momento, o al “si si tanto alla fine vince la gola”, o il fatidico “basta un pò di buona volontà”, e li uno che fa la mia professione si chiede se in modo gentile ci è stato rivelato che il nostro lavoro è perfettamente inutile perchè “tanto si sa già”, cosa che per altro a volte sospetto fortemente o ? Appunto o cosa?

Riportando la battuta di qualcuno che non ricordo più… “siamo quello che mangiamo.. ma se mangio cinese divento cinese?”.

Ecco io non penso che siamo quello che mangiamo, siamo qualcosa di più complesso, più interessante, più variegato, siamo quello che mangiamo solo se il termine “mangiamo” lo intendiamo in modo metaforico e più ampio così da diventare: “sono tutto quello col quale entro in contatto e in qualche modo faccio mio e trasformo” e un pò ironicamente penso anche l’aria che respiro, le persone che mi fanno tante domande alle quali non so cosa rispondere, questa arancia succosa e questo risotto scotto, la musica orribile che ogni tanto sento e quella sublime, le idiozie che vedo e le cose bellissime; e “mangio” e trasformo tutto..spaventa un pò ma quante possibilità si aprono.

Così il cibo diventa “solo” una parte, ha importanza, ma non invade completamente la vita, ha delle regole di base, ma elastiche e vanno adattate ad ogni situazione, ma soprattutto non ha risposte definitive e assolute. E’ una scoperta continua, una sperimentazione continua, può diventare addirittura un mezzo per conoscere molto altro di se stessi e permetterci alla fine di riscoprire il piacere di sentire fame e soddisfarla in modo naturale.

E così, mi ricordo che la mia professione ha una sua utilità.

 

In sintesi: Ma davvero siamo quello che mangiamo?

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